
POLITICA
31 agosto 2007
Castello con vista su strage
Nel Dizionario dei sinonimi del Gabrielli, «anacronistico» risulta
strettamente legato, anche se non identico, a «inopportuno». Ma i due
aggettivi, nella storia che stiamo per raccontarvi, si rafforzano.
Perché, davvero, le vicende del Castello Utveggio e dei suoi servizi
segreti sono di altri tempi (oggi, una storia sull’onda del tempo
dovrebbe occuparsi piuttosto dell’emergenza pedofilia, dell’emergenza
discoteche) e risultano disturbanti, nel bel mezzo del rito che tutti
aspettavamo da tempo: la celebrazione della fine della mafia.
Con stato d’animo, dunque, perplesso, vi propongo ugualmente questa
storia. Di un castello color rosa bon bon costruito sul monte
Pellegrino, che ha sulla città di Palermo una vista simile all’occhio
di Dio. Di un castellano che aveva il vezzo di farsi cambiare i numeri
telefonici, perché ne voleva sempre uno che contenesse il 333; o
perlomeno il 33. E poi di altri telefoni e telefonini, piccoli aggeggi
che non muoiono mai, ma che lasciano imperitura memoria – bave
elettroniche, date, orari – anche quando sono stati ormai buttati o
sostituiti con modelli più moderni. I telefonini sono oggi la cosa più
simile al Dna: come questo, attraverso catene di aminoacidi, racconta
la biografia del genere umano, i telefonini lasciano sempre scritta la
loro autobiografia.
La storia ha uno spunto dieci giorni fa, quando il TG3 Rai siciliano e
il Giornale di Sicilia (il quotidiano di Palermo) diffondono una breve
notizia dal titolo: «Quando i boss telefonavano ai Servizi». Vi si
parla di tabulati agli atti di due inchieste – quella della procura di
Caltanissetta sui «mandanti occulti» degli attentati contro i giudici
Falcone e Borsellino e quella della procura di Palermo nota come
«sistemi criminali» e relativa ai presunti intrecci tra Cosa Nostra,
uomini delle istituzioni e massoneria deviata. Lì, nella monumentale
massa di documenti, sono custodite le tracce delle telefonate di due
importanti mafiosi, Giovanni Scaduto e Gaetano Scotto. Chi avevano
chiamato, tra i numerosissimi contatti conservati nell’Empireo dalla
sovrana Sip ora Telecom? Avevano chiamato, il primo alla fine del 1991
e il secondo nell’estate del 1992, due utenze mobili intestate al
Cerisdi, un Ente regionale (Centro ricerche e studi direzionali). Le
utenze mobili, però – scrive il quotidiano – «erano in effetti estranee
al Cerisdi e sarebbero state relative a un nucleo dei servizi segreti,
operante in quegli anni presso il Centro e successivamente disciolto».
La notizia, benché breve, era di quelle succose. Ma, stranamente,
nessuno l’ha ripresa: né altri giornali per saperne di più, né i
magistrati per confermarla o per smentirla. Ci sono molte e solide
ragioni per questo disinteresse: la prima è che le due inchieste, in
anni di indagini non hanno portato a nulla, se non a vaghe indicazioni
non provate; la seconda è che il tempo dei sospetti – dei Mandanti, dei
Grandi Vecchi, dei Terzi Livelli, dei Pupi e dei Pupari, della Piovra –
sembra davvero essere passato. In questi giorni Palermo ospita la
conferenza mondiale dell’Onu sulla criminalità, alla presenza di Kofi
Annan, di decine di capi stato e di ministri della giustizia da tutto
il mondo e gigantografie affisse dal Comune dichiarano perentorie: «Il
mondo ha un sogno: imitare Palermo». Può apparire bizzarro, ma in fin
dei conti, anche questa tesi è sostenibile.
La città che si era
trasformata in mattatoio; la città «irredimibile», secondo la sentenza
di Leonardo Sciascia, la matrigna che aveva ucciso uno dopo l’altro i
vertici della polizia, della politica, dei carabinieri, della
magistratura, oggi ha cambiato volto. Si uccide molto poco, sicuramente
meno che in molte altre città italiane; lo spettrale centro storico
distrutto dalle bombe della seconda guerra mondiale e mai ricostruito –
il brodo di cultura in cui la miseria creava delinquenza e la
delinquenza creava mafia – oggi comincia a vedere alcune strade
ingentilite. Persino piazza Magione – la lugubre piazza d’armi simbolo
dell’indicibile abbandono – oggi è coperta da un (provvisorio) manto
d’erba tagliata all’inglese. Per cui, i funzionari che da tutto il
mondo sono venuti qui per parlare di strategie globali antimafia,
possono ben sognare di imitare Palermo e paragonarla, per esempio alle
sempre più infernali Medellin o Bogotá in Colombia.
Sette anni fa, qui a Palermo ancora si decideva chi uccidere e dove
fare stragi; oggi tutti i colpevoli stanno all’ergastolo: la loro
intima bestialità e ignoranza li aveva portati a uccidere e a poter
pensare di dare l’attacco allo Stato, ma lo Stato li ha fermati e
puniti. Restava il dubbio che quegli uomini di così basso livello
culturale avessero potuto farla franca per così tanto tempo. Ma la
procura di Caltanissetta oggi, e quella di Palermo domani, hanno messo
il loro sigillo: hanno fatto tutto da soli. È la stessa storia di
cinquant’anni fa: migliaia di persone si sono rotte le corna per
cercare i mandanti di quel Salvatore Giuliano che, armato di fucili e
della seconda elementare aveva pensato di poter trattare addirittura
con gli Stati Uniti d’America. E non hanno trovato niente: Turiddu
evidentemente aveva fatto tutto da solo.
Per questi motivi – «anacronismo» e «inopportunità» – nessuno ha dato
importanza a quei tabulati telefonici. Avranno sbagliato numero: a chi
non capita?
IL GESUITA ROSSO. Ma mi restavano alcune curiosità. La prima era: che
cos’è il Cerisdi? Questa è stata facile da appagare: basta andare sul
sito www.cerisdi.it. Qui mi appare il volto di padre Ennio Pintacuda,
il suo nuovo presidente. Siciliano originario di Prizzi, gesuita,
professore con formazione americana, Ennio Pintacuda è uno degli uomini
che hanno fatto la storia recente di Palermo a partire dagli anni
Ottanta, quando insieme a padre Bartolomeo Sorge animava il centro
«Pedro Arrupe» della Compagnia di Gesù, il cui Generale aveva scelto di
intervenire a Palermo allo scopo dichiarato di formare una nuova classe
dirigente, ma soprattutto di combattere la mafia. Pintacuda divenne un
bersaglio e gli venne assegnata un’agguerritissima scorta: fu il primo
uomo in clergyman in Italia a salire in macchina e a camminare per la
strada scansando i mitra dei suoi angeli custodi.
Decisamente votato
alla politica, Pintacuda ha sempre avuto ruoli importanti di
consigliere, e anche litigi con i suoi consigliati. Un tempo «prete
rosso», oggi «in quota Polo», Pintacuda dirige il Cerisdi, «scuola di
eccellenza» votata alla formazione di competenti amministratori e a
coltivare rapporti tra la Sicilia e il Mediterraneo: corsi di
specializzazione, borse di studio (una è intitolata a Giuseppe
Bonsignore, il funzionario della Regione ucciso dalla mafia),
conferenze e dibattiti costituiscono l’attività del Centro. Detta così,
il centro non sembra discostarsi troppo dalle decine di enti e
istituzioni regionali che si prefiggono gli stessi fini e che
alimentano i mastodontici bilanci della Regione Sicilia.
Ma quello che fa la differenza, o meglio l’eccellenza, del Cerisdi, è
la sua sede: uno dei luoghi più belli di Palermo, il castello Utveggio
in cima al monte Pellegrino. Erano gli anni Venti e Palermo assaporava
ancora qualcosa del suo periodo di splendore; il cavalier Michele
Utveggio, grande costruttore nativo di Calatafimi si innamorò dell’idea
di costruire un grande albergo ristorante nel punto più panoramico
della città, il Primo Pizzo del monte Pellegrino, a 346 metri a
strapiombo sul mare, poco distante dal santuario di santa Rosalia.
Era
un’impresa abbastanza temeraria, ma l’uomo, che aveva anche costruito
un cinema teatro in piazza Politeama e lo stadio della Favorita, mise
sul tavolo i propri soldi e lo fece, in soli cinque anni: utilizzò il
moderno calcestruzzo per una costruzione di tre piani di improbabile
color rosa confetto, chiamò i migliori architetti per un sontuoso
arredamento liberty, dotò il castello di propri serbatoi d’acqua e di
una strada privata d’accesso e inagurò i locali a metà degli anni
Trenta. Ma tutto andò a ramengo allo scoppio della guerra: il castello,
requisito dalle autorità militari, divenne la sede della contraerea
prima fascista, poi tedesca (dopo lo sbarco del 1943) e uno degli
obiettivi prediletti dei devastanti bombardamenti alleati. Caduto e
abbandonato, Castello Utveggio venne saccheggiato dai palermitani che
vi portarono via tutto quello che poterono.
Povero scheletro, così rimase per trent’anni dopo, quando se lo comprò
la Regione Sicilia. Se lo prese per primo, alla fine degli anni
Ottanta, il prefetto Riccardo Boccia, uno degli ultimi Alti Commissari,
a mezzadria con il ministero per lo Sviluppo del Mezzogiorno. Poi venne
nominato presidente il prefetto Vincenzo Verga, anche lui ex Alto
Commissario e poi seguirono altri notabili siciliani, tra cui l’ex
segretario della Camera del Lavoro Luciano Piccolo. Nel 1987 Bettino
Craxi, in occasione del congresso socialista, vi fece illuminare un
enorme garofano visibile da tutta la città; nel 1995 vi dormì Giovanni
Paolo II, e da allora la sua suite non venne più toccata. Il Cerisdi
organizzava ricerche sulla buona amministrazione, ospitava convegni,
vagheggiava l’informatizzazione della pubblica amministrazione.
Ma fin dall’inizio si installò anche qualcun altro. Un piccolo nucleo
del Sisde, il servizio segreto civile, assolutamente riservato e dotato
delle migliori attrezzature per osservare e ascoltare, dall’alto del
monte, la città che sotto, intanto, si stava scannando. Erano uomini di
fiducia degli ex Alti Commissari, un misto di civili, carabinieri e
poliziotti. Avevano ponti radio, apparecchiature molto sofisticate di
controllo delle comunicazioni e un sistema telefonico predisposto per
centinaia di circuiti fissi, una specie di mega centralino in grado di
smistare le chiamate di una piccola città. La riservatezza del luogo, i
controlli effettuati sull’unica strada di accesso, la eccezionale
panoramica fecero di Castello Utveggio un posto tanto sconosciuto
quanto importante nella vita della città. Poi successero le stragi del
1992, il questore di Palermo Arnaldo La Barbera provò a vederci chiaro
e in una notte i tecnici della ditta Ericksson, che avevano montato il
tutto, smontarono altrettanto velocemente il tutto. (Sembra un film,
vero? I tre giorni del Condor. E come nel film, anche qua ci sono un
po’ di omicidi sparsi, che però non fanno l’oggetto di questa storia).
PIACERE, PROFESSOR MUSCO. Ma non avete ancora conosciuto il
vicepresidente del Cerisdi, dal 1988 al 1992. E vi siete persi molto.
Il professor Alessandro Musco, cinquantenne di Siracusa, cattedratico
di storia medievale presso l’Università di Palermo, animatore di vari
centri studi dai nomi esoterici, ha diverse caratteristiche.
Molto
intelligente, a detta di tutti. Gran massone, a detta di tutti. Uomo di
snodo tra il mondo degli affari, la mafia e la politica secondo altri.
Come capo di gabinetto dell’ex presidente della Regione Sicilia, Rino
Nicolosi, messo sotto accusa nelle indagini sugli appalti, la mafia e
le spartizioni tra i partiti al tempo delle grandi torte di dieci anni
fa (allora non si diceva: il mondo ha un sogno: imitare Palermo, ma
molti lo praticavano), il professor Musco ha aperto le chiuse di fronte
ai diversi giudici che l’hanno interrogato. Ha spiegato che, come il
Cerisdi, c’erano decine di enti inutili, dai bilanci inesistenti, da
cui lucravano tutte le forze politiche.
Ha raccontato come gli
ambientalisti siano stati tacitati con consulenze, i sindacati con
benefici, tutte le varie correnti e sottocorrenti dei partiti abbiano
avuto il proprio tornaconto, presentando se stesso come un vero
mediatore tra diversi equilibri.
In centinaia di pagine di verbali, tutto il mondo politico viene
sapientemente vivisezionato, dal professor Alessandro Musco, che manda
messaggi a tutti. È probabile che ne sentiremo ancora parlare, perché è
oggi ancora attivissimo in politica, la politica nuova: Ccd, con occhio
all’Udeur e comunque porta sempre aperta a tutti. Di lui si può
raccontare un vezzo: ci tiene molto a che le sue utenze telefoniche
comprendano le cifre 333 o 33, numeri importanti per la massoneria. E
riesce a smuovere mezzo mondo perché il suo desiderio sia esaudito.
Finora c’è riuscito.
I DUE MAFIOSI TELEFONISTI. E Giovanni Scaduto, chi è? Citato dal
Giornale di Sicilia come uno dei due boss mafiosi che telefonarono al
Cerisdi, sta in questo momento scontando una condanna all’ergastolo.
Membro fin da ragazzo del Gotha di Cosa Nostra, rispettabile bancario
di Bagheria, è stato arrestato sette anni fa per una strage di mafia
nel suo paese e condannato per l’omicidio di Ignazio Salvo. Faceva
parte, secondo la sentenza di un gruppetto che si appostò nel giardino
della sua villa e lo freddò mentre si apprestava a uscire a bordo della
sua Mercedes 190. Era il 17 settembre 1992.
Prima di lui, quell’anno a
Palermo erano caduti Salvo Lima, il proconsole di Andreotti in Sicilia,
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino: Cosa Nostra, sotto la direzione di
Salvatore Riina, si era così vendicata dei giudici che la avevano messa
alle corde e dei politici che, secondo loro, l’avevano tradita. Appena
finita l’estate venne il turno di Ignazio Salvo, che dei quattro era il
meno conosciuto, ma sicuramente il più ricco e potente. Grande
supporter della corrente andreottiana, governava da decenni le
riscossioni delle tasse in tutta la Sicilia, funzione che aveva fatto
di lui una specie di ministro del Tesoro e delle Finanze della Regione.
Era un mafioso, naturalmente, e di lombi mafiosi, proveniente dal
piccolo paese di Salemi, ma talmente potente che nel 1982, quando il
governo di Roma si permise di mettere in discussione il meccanismo di
riscossione delle tasse nell’isola, provocò una crisi di governo. La
sua azione fu efficace: in 48 ore ebbe soddisfazione.
Si scoprì (una buona parte dei membri della banda spifferò tutto) che
le chiavi per entrare in giardino le aveva fornite il genero, uno
stimato medico di Palermo, Tani Sangiorgi, che così contava di
prendersi un po’ di eredità e che gli altri erano componenti della
migliore squadra di killer agli ordini dello zio Totò. Una buona parte
del lavoro investigativo venne fatta sui loro telefonini; ne avevano
parecchi e diversi erano «clonati», cioè più difficili da intercettare.
Giovanni Scaduto, poi, dal suo 0337.891773 chiamava anche dei
telefonini supersegreti forniti a sconosciuti direttamente dalla Sip di
Roma e si scoprì che un giorno, più o meno un anno prima dell’omicidio,
aveva chiamato il Castello. Una sbadataggine, probabilmente, ma che
messa insieme al «traffico telefonico» del ricevente portava ad altri
numeri, ad altre persone, ad altre date.
E il ricevente era uno di
quelli che, per conto del Sisde, dal Castello teneva occhi e orecchie
aperte sulla città.
L’altro telefonino che chiamò al Castello, questa volta nell’estate del
1992, apparteneva invece a Gaetano Scotto, mafioso pure lui, ma poco
conosciuto. Si occupava molto degli affari di Cosa Nostra in Emilia
Romagna e nella sua veste di emissario era venuto in contatto, oltre
che con i numerosi referenti dell’organizzazione in Regione, anche con
personaggi dell’eversione nera. Più conosciuto di lui, alle cronache,
suo fratello Pietro. Era un operaio della Elte, una ditta degli appalti
Sip.
Venne accusato, per la strage in cui morirono Paolo Borsellino e
la sua scorta, di aver fornito agli attentatori la notizia che
aspettavano: il magistrato stava arrivando, quel 19 luglio 1992, dalla
sua villetta di Villagrazia di Carini in via D’Amelio, a trovare
l’anziana madre. Come aveva fatto a scoprirlo? Secondo l’accusa, in
virtù delle sue competenze professionali, era riuscito a deviare le
comunicazioni della casa palermitana dei Borsellino a un’altra utenza,
in un appartamento del palazzo di fronte. I giudici non ritennero però
sufficienti le prove a suo carico e lo condannarono solo per
associazione mafiosa. Il fratello Gaetano, invece, per la strage di via
D’Amelio venne condannato all’ergastolo. Ma da quell’estate aveva fatto
perdere traccia di sé.
K. NON C’ENTRA. Dovrei ora citare Franz Kafka: «Era sera quando K.
arrivò. Il villaggio era sommerso dalla neve. Non si vedeva nulla della
collina del Castello». Ma non ne vale la pena, perché il Castello di
Kafka era luogo e non luogo insieme, aspirazione del viandante e
scoperta, sempre più dolorosa, della sua inesistenza. Sopra, dove non
c’era la neve, c’era lo stesso villaggio, il castello si scopriva non
essere un castello, ma una cittadina, senza monumenti e senza
importanza. Il Castello Utveggio, col suo riposante colore rosa, non si
presta alla filosofia. Era un luogo di affari riservati non differente
dai luoghi che stavano al livello della terra palermitana, dove ogni
carabiniere aveva il suo confidente mafioso e ogni mafioso sapeva in
anticipo se sarebbero venuti i carabinieri a casa sua. E in
quell’andirivieni di notizie, di cacciatori cacciati, di dissimulazioni
ognuno portava a casa i piccioli. Ogni tanto qualcuno restava sul
terreno...
Ma mi sono rimasti dei dubbi: perché due capimafia telefonarono al Castello?
Allora, da detective dilettante, ho fatto delle supposizioni, partendo
dalla strage di Capaci. C’era una montagnola, vi ricordate? su cui
stavano i killer. Furono avvertiti che passava Giovanni Falcone e
azionarono il telecomando per far esplodere i cento chili di tritolo
depositati sotto l’autostrada. Il telecomando agisce con impulsi radio
e viaggia alla velocità della luce, la deflagrazione è immediata,
l’onda d’urto si propaga in basso. Chi sta in alto non viene colpito.
La montagnola era a molte centinaia di distanza dall’autostrada.
Poi ho guardato le carte giudiziarie della strage di via D’Amelio, per
cui quel Gaetano Scotto è stato condannato all’ergastolo ed è
latitante. Nessuno ha saputo spiegare da dove potesse essere stato
azionato il telecomando. Poi ho guardato il Castello a strapiombo su
Palermo e in particolare la sua torretta posta nel giardino, una sorta
di belvedere. Di qui a via D’Amelio, circa cinquecento metri sotto, non
ci sono ostacoli alla vista. E un buon binocolo può vedere il momento
in cui Paolo Borsellino scende dalla macchina e va a suonare il
citofono della madre. Se un telecomando avesse agito dal Castello, non
un’onda d’urto, ma neppure una brezza sarebbe arrivata fin lassù.
Fantasie, naturalmente: anacronistiche e inopportune.
Enrico Deaglio su Diario del 15 dicembre 2000